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Come al solito le lavoratrici sono sempre le prime a essere penalizzate. Che sia perché sono mamme, o semplicemente perché hanno la “colpa” di essere donne, il mondo del lavoro è sempre ingiusto nei loro confronti.

E ovviamente con una pandemia in corso la loro posizione non poteva che peggiorare. Sembra che qualunque condizione economica, sociale o politica sia una buona occasione per infierire sulle quote femminili.

Detesto il termine “quote rosa”. Dove sta scritto che il colore delle donne è il rosa. Questi retaggi medievali li lascio a persone che ancora credono vedono le donne con la gonna a sotto il ginocchio alle prese con padelle e fornelli.

Ma non divaghiamo. Dicevamo, il lavoro femminile è sempre quello più screditato e purtroppo la pandemia ha dato un’ulteriore selciata alle lavoratrici.

I dati sulle lavoratrici parlano

No, questo non è un manifesto femminista. Primo perché non credo che ci sia bisogno di un termine per definire un orgoglio femminile, due perché i dati sono nero su bianco.

Secondo un dossier della Fondazione studi dei consulenti del lavoro tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo di quest’anno il virus ha fatto sfumare 470.000 posti di lavoro.

Tradotto: su 100 impieghi persi in un anno, quelli femminili sono il 55,9% del totale.

E indovinate perché? perché in questo paese la donna solitamente guadagna meno dell’uomo e se si deve sacrificare uno della coppia, per stare con i figli o per necessità economiche, ovviamente la donna è la candidata prediletta.

Non è un pese per donne

Addirittura nell’ultimo anno sembra che siano aumentate le donne che addirittura hanno smesso di cercare lavoro. parliamo di ben 707.000 donne inattive. Un bel +8,5% rispetto al 2019. E la cosa peggiore che questo dato riguarda soprattutto la fascia delle giovani donne. 

In questo podcast analizzeremo questo fenomeno e vedremo i motivi per cui la pandemia ha peggiorato ulteriormente questo fenomeno.

Angelo Tropeano
Sono bravo con le parole ma spesso non ne trovo. Cinico e sarcastico ma non per colpa mia.

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