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Cybersecurity

Internet delle cose e la pericolosità dei nuovi attacchi informatici

Come svelato da ANSA, durante la conferenza Cybertech Europe 2019 si è parlato anche dell’internet delle cose. Ma non in modo superficiale. In questa occasione, è stato ribadito come ormai stiamo per entrare nella “sesta generazione di attacchi informatici.”. Una frase ribadita da Marco Urciuoli, responsabile della sede italiana della Check Point.

Il motivo è semplice, oramai tutto è connesso alla rete. Se prima il problema della sicurezza informatica era legata solo ai computer, adesso la situazione è radicalmente diversa. Basta pensare al settore della domotica, per fare un esempio. Con sistemi sempre più complessi, in grado di controllare ogni aspetto della casa, non ci vuole molto per comprendere i problemi che può causare un malintenzionato.

Già in un mio vecchio articolo ho fatto l’esempio di un hacker che potrebbe non far suonare una sveglia collegata alla rete. Ma questo è solo un piccolo scherzetto, se pensiamo a ciò che potrebbe succedere in futuro. Urciuoli parla anche di pacemaker collegati alla rete. Quindi gli attacchi informatici legati all’internet delle cose possono avere un effetto sulla nostra vita.

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Sono sicuro che Urciuoli non ha parlato del pacemaker semplicemente per scatenare il panico. Anzi, era un esempio per far comprendere come la sicurezza nel mondo dell’internet delle cose sia essenziale. Diversamente da molte tecnologie, questi sistemi in un certo senso sono sempre con noi e non solo per modo di dire.

Quindi concordo in pieno sul puntare i riflettori su questo argomento. Certo, gli attacchi informatici hanno da sempre accompagnato il mondo della tecnologia. Ma in questo caso è essenziale trovare dei sistemi adeguati per evitare i danni. Oltre al pacemaker, anche le automobili stanno poco alla volta utilizzando l’internet delle cose.

Come ad esempio Seat, che vuole utilizzare questo sistema per aumentare la sicurezza stradale. Per questo comprendo Urciuoli. Rischiare di ritrovarmi una macchina guidata a distanza da un hacker non è di certo una visione allettante. Forse sembra anche una situazione fantascientifica, ma che potrebbe accadere.

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Ma Urciuoli non si è limitato a lanciare un allarme. Ha anche proposto una probabile soluzione. Stando alle sue parole, l’intelligenza artificiale potrebbe dare una mano a migliorare le difese dell’internet delle cose. Creando un sistema che possa controllare in tempo reale il funzionamento dei dispositivi e modificarlo in caso di un attacco informatico.

Ciò suggerisce che in futuro l’intelligenza artificiale potrebbe esserci di aiuto anche per prevenire gli attacchi informatici. E non lo trovo strano, dopotutto esistono già IA create per diversi scopi, questa sarebbe solo un’altra applicazione. Quindi è chiaro che la strada che stiamo prendendo è quella di avere un’intelligenza artificiale che possa assisterci in quanti più ambiti possibili.

Uno scenario che porta però all’emergere di nuovi problemi. Un po’ come la frase “chi controlla il controllore”, bisognerà però stare attenti alle difese di queste IA. Dopotutto stiamo parlando di prodotti creati dall’uomo, quindi non saranno di certo infallibili. Un hacker potrebbe quindi riuscire a modificare il comportamento di un’intelligenza artificiale e superare la sua protezione.

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Oltre i pericoli personali, bisogna prendere in considerazione anche altri problemi. Come già succede adesso, i malintenzionati potrebbero anche attaccare dei nuovi sistemi pubblici. Un esempio potrebbe essere la gestione del traffico, creando così problemi o, se non peggio, incidenti. Quindi condivido la necessità di dare un’importanza centrale alla difesa dei sistemi basati sull’internet delle cose.

Per ora, fortunatamente, questi sono solo scenari fantascientifici visti al massimo nei film o nei videogiochi. Ma penso che più la tecnologia si evolve e più diventa necessario creare dei nuovi sistemi di difesa che siano efficaci.

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