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Economia

Prospetti disastrosi per l’economia italiana. Ora sì che abbiamo bisogno dell’Europa

Con uno scenario economico da Grande Recessione e prospetti accompagnati da dubbi e preoccupazioni, il rischio di un collasso è oramai tangibile. La domanda centrale è se l’Italia in questo momento sarà davvero in grado di reagire ad una crisi recessiva avvitatasi ben prima dell’avvento del Covid-19. L’economia italiana ora ha bisogno del supporto dell’Europa, che dovrà essere generosa ed abbandonare quei comportamenti onerosi di cui si è fatta portatrice negli ultimi tempi, anche sui fenomeni migratori.

Il quadro economico del paese è destinato ad aggravarsi ed i vertici politici sembrano non aver ancora pronta una soluzione all’emergenza Coronavirus. Il centrodestra è coeso sulle imprese, ma le proposte superficiali e poco esaustive. L’opposizione è aperta a collaborazioni, ma le risposte della classe politica lasciano il tempo che trovano e si dimostrano tardive e dalla dubbia efficacia. Staremo a vedere se le misure del decreto firmato alle 3.22 della notte fra il 7 e l’8 marzo dal premier Giuseppe Conte daranno risultati considerabili anche per la salvaguardia dell’economia italiana.

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Il virus ha già messo in ginocchio le regioni portanti dell’Italia e nella sua interezza ora è una zona rossa. Il Governo per la crisi – una delle peggiori degli ultimi anni- ha deciso di stanziare 7,5 miliardi di euro per imprese e famiglie, una cifra imbarazzante se messa a confronto con risoluzioni del passato per dissimili sventure. E’ sufficiente tornare indietro nel tempo e rispolverare i vecchi decreti salvabanche o ricordare gli spropositati milioni di euro finanziati a società distruttrici di ricchezza e mal amministrate.

ORA SI CHE ABBIAMO BISOGNO DELL’EUROPA

L’economia italiana sembra relativamente prioritaria per lo Stato, ma c’è ancora qualcosa a cui appigliarsi in questa faccenda. Forse l’Europa. O almeno, si spera che i competitor EU non siano addirittura allettati dal collasso del sistema-Italia e che non assistano inermi al crollo di produzione, export, Pil e via dicendo. Il silenzio dell’Europa è snervante per le istituzioni e d’altronde l’inerzia è già una risposta.

Niente mascherine, niente fondi, per ora solo una lode per gli forzi del governo e del popolo italiano. Inoltre, le spese sostenute per far fronte alla diffusione dell’epidemia, sono escluse per definizione dal calcolo del bilancio strutturale. Misure ancora limitate per un Italia che cresce con una generazione politica sempre incline al “perché lo vuole l’Europa “. Intanto Bruxelles pensa al Mes, ed è pronta ad approvare la riforma.

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Secondo gli esperti, le azioni risolutive da parte dell’Europa posso essere diverse. Una prima risoluzione secondo il Corriere riguarderebbe l’intervento della Bce, con almeno due misure. La prima è un’asta di liquidità a tassi molto negativi, per permettere alle banche di prestare alle piccole e medie imprese strozzate dalla crisi del Covid-19 (in pratica, la Bce può pagare gli istituti se questi accettano di estendere nuovo credito ai piccoli imprenditori in crisi di liquidità).

La seconda misura sarebbe un’altra svolta della Bce: la banca centrale potrebbe prestare alle banche denaro da immettere nell’economia, accettando in garanzia lettere di credito delle piccole e medie imprese. Sarebbe un altro modo per allentare per queste ultime la morsa della liquidità che le sta attanagliando in questo momento. Specie in parallelo a forme di garanzia pubblica o semi-pubblica, offerta dai governi, sui debiti delle imprese verso le banche.

C’è poi la questione degli eurobond. Secondo Cottarelli, in un’intervista rilasciata al Sole24 ore, l’utilizzo degli eurobond servirebbe a creare un safe asset europeo. Gli eurobond potrebbero essere comprati anche dalla BCE col suo programma di Quantitative Easing. Ma li potrebbe comprare anche il mercato, anche a tassi negativi se l’Unione Europea si dimostra in grado di mettere in atto un intervento incredibile. La politica fiscale deve intervenire più di quella monetaria,

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QUESTIONE ITALEXIT

Una delle frasi che più spesso abbiamo ascoltato in questi giorni è la richiesta di flessibilità all’Europa. La possibilità di concederci un deficit superiore a quello concordato. Nell’immaginario collettivo, un’uscita dall’euro zona è in qualche modo difficile da accettare. Quel che è certo è che la subordinazione ad una Banca Centrale non aiuterà l’Italia. Questo perché uno Stato dotato di sovranità monetaria, quindi di una propria valuta, non avrebbe avuto problemi a stampare tutto il denaro che gli occorre per immetterlo nel mercato interno.

Se ci concedessero di fare un deficit superiore a quello concordato di 2,4 %, di un punto percentuale, ciò equivarrebbe a 17 miliardi che è una cifra largamente inferiore al fabbisogno, ma qui il problema è che sta saltando il nostro intero sistema industriale, il sistema economico/produttivo formato da una miriade di piccole e piccolissime aziende. Ma supponendo anche che l’Europa ci concedesse 30 o 40 miliardi di flessibilità ulteriore a quella che ci era già stata concessa, a cosa servono quei soldi? A sostenere la domanda interna, ma non a creare lavoro.

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