1

Piccole e medie imprese italiane stanno vivendo un periodo di grandi incertezze.
Quale scenario si prospetta per il prossimo futuro?

All’indomani dell’emergenza da Covid-19, l’Italia si appresta ad entrare nella famigerata FASE 2.

Ma cosa significa questo per le piccole imprese e soprattutto, come stanno vivendo oggi?

Dobbiamo aspettare il Decreto Aprile per verificare le misure e gli strumenti attuativi che il governo disporrà per guidare la ripresa.

In soli due mesi, il tessuto produttivo italiano risulta impoverito. Le domande per il reddito di cittadinanza sono aumentate del 9%. Questo ci fa capire che benché ci sia un’Italia che resiste, c’è un’Italia che rischia il collasso.

La burocrazia per accedere alle misure fiscali che il governo sta attuando per sostenere le imprese dovrebbe essere probabilmente più smart. Migliaia di lavoratori in cassa integrazione stanno ancora aspettando di ricevere il sostegno promesso.

Se c’è una cosa che il Covid ci sta insegnando è che i tempi ci impongono maggiore velocità.

In vista dell’incontro del Consiglio dei Capi di Stato e del governo dell’Unione Europea di giovedì 23 aprile 2020, la tensione sul mercato è percepibile: depressioni e rialzi la fanno da padrone.

Quali piccole e medie imprese stanno resistendo alla crisi?

Attualmente c’è molta confusione su chi ha diritto alle proroghe dei pagamenti e delle scadenze fiscali.

Le imprese sono realmente pronte ad affrontare la Fase 2 oppure stanno ancora metabolizzando cosa sia successo nelle ultime settimane?

Mi riferisco soprattutto alle piccole e medie imprese nate negli ultimi anni che in questo momento storico stanno facendo a pugni per non sopperire alla crisi.

Vince chi sa adattarsi e l’ok per l’apertura che potrebbe interessare molte di esse pone immediatamente il focus sul rilancio. Ma possiamo rilanciare qualcosa che sta morendo?

Il 17 aprile 2020, Confindustria ha pubblicato sul proprio sito web i risultati dell’indagine relativa agli effetti della pandemia da Covid-19 per le imprese italiane. Secondo questa indagine il 43,7% delle aziende italiane è in crisi; mentre il dato precedente contava il 14,4% delle aziende in difficoltà.

Gli imprenditori che hanno risposto al sondaggio hanno dichiarato in parte (36,5%) di aver dovuto chiudere l’azienda in seguito ai provvedimenti previsti dal DPCM del 22 e del 25 marzo 2020.

Le imprese con meno di 10 dipendenti hanno visto una diminuzione del 39,7% del proprio fatturato. Mentre rispetto all’approccio mentale alla risoluzione della crisi, il 78,2% degli imprenditori si sente disarmato e attende un ritorno alla “normalità”.

Piccole e medie imprese, lo smart working come mindset

Ma potremmo tornare a lavorare come prima e con le stesse logiche?

Negli ultimi mesi il governo ha chiesto fortemente alle aziende di utilizzare lo strumento dello smart working per diminuire il rischio di contagio. Possiamo ipotizzare che questa misura sarà incentivata anche nei mesi a seguire.

5064 compressor

Ma l’Italia è davvero pronta per lo smart working?

Secondo i dati riportati da Confindustria solo il 26,4% degli intervistati svolge il proprio lavoro da remoto.

Le aziende hanno la possibilità di delegare in remoto le proprie attività? Forse sì, ma a mio avviso mancano a molte imprese alcuni requisiti fondamentali soprattutto conoscenze digitali, mentalità e connessione.

Conoscenze digitali

Alcune case italiane vivono una spaventosa arretratezza digitale. Gli scorsi giorni i nostri telegiornali sono stati pieni di servizi in cui si parlava di classi scolastiche scoperte dall’educazione a distanza in quanto prive di mezzi base per seguire le lezioni perché non ci sono computer in tutte le famiglie italiane. È ipotizzabile che ci sia molta ignoranza digitale anche nelle imprese italiane? Forse. Il capitolo 1 del rapporto Assintel 2020 si apre con la frase “Solo le aziende determinate a trasformarsi digitalmente saranno in grado di competere a livello globale”.

Mentalità

Veniamo al concetto di mentalità: il datore di lavoro non è pronto per lo smart working e forse non lo sono nemmeno molti dipendenti. Alcuni datori di lavoro hanno la paura e il terrore di perdere il controllo sul lavoro subordinato mentre alcuni dipendenti non sono abituati ed allenati ad organizzare il proprio lavoro da remoto perché non l’hanno mai fatto prima. Quindi non sarebbe il caso che in questa fase il governo adottasse misure volte ad incentivare la digitalizzazione delle imprese e ad introdurre corsi di formazione per dipendenti pubblici e privati oltre ad erogare bonus fini a sé stessi?

Connessione

Per ciò che concerne la connessione intesa come banda larga, non dovremmo ripensare il collegamento a internet come diritto fondamentale del cittadino?

Forse in questo post avresti voluto trovare risposte, soluzioni e intuizioni rispetto a quello che succederà nei prossimi mesi, ma questo, a mio avviso, non può prescindere da una presa di coscienza della situazione economica attuale del paese.

Possiamo ipotizzare una lenta riapertura delle attività, una forte incentivazione al lavoro da casa, un tempo più lungo per tornare a viaggiare ma ciò non può impedirci di fare dei bellissimi voli pindarici ipotizzando un futuro migliore seduti comodamente sul proprio divano di casa.

Flavia Alvi
Giornalista pubblicista, Copywriter e Social Media Manager. Ho 30 anni, sono laureata in Sociologia e specializzata in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d’Impresa. Mi interessano le persone, i fatti sociali e i rapporti di potere. Amo viaggiare, scrivere, andare a teatro, cucinare, guardare serie tv e bere vino.

IMMUNI, la app per il contact tracing

Previous article

E-Bike: la “nuova” mobilità è su 2 ruote

Next article

1 Comment

  1. […] il 10% delle PMI italiane vende online o padroneggia i sistemi digitali inerenti al proprio business rispetto alla media europea del 18 per cento. Ecco perché la […]

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like

More in Economia