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Ambiente

Chernobyl: la zona martoriata tra difficoltà e rinascita

Il 26 aprile del 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplose, devastando l’intera zona e rendendola fortemente radioattiva. Nuovi progetti e nuovi studi, però, mirano alla riqualificazione di quest’area fortemente danneggiata.

Il parco fotovoltaico

Nel 2016 i lavori per la costruzione del “sarcofago” necessario a proteggere il reattore danneggiato della centrale nucleare di Chernobyl hanno contribuito a dare una nuova speranza a questa zona martoriata. Ma questo non è l’unico e ambizioso progetto.
A luglio del 2016 il Ministero dell’ecologia ucraino aveva ipotizzato di costruire un parco fotovoltaico nella zona inquinata, trasformando dunque una zona tristemente famosa per le radiazioni in un luogo per la produzione di energia rinnovabile. Un bel cambiamento.
La zona scelta per il progetto, che si estende per un raggio di 30 km intorno all’area di quel che resta della centrale nucleare, non può essere abitata, non vi possono crescere foreste e non può essere usata per coltivare. Ecco dunque che l’innovativo progetto ha dato speranza. Sono stati sfruttati i collegamenti che un tempo fornivano energia alla centrale e che sono, ancora ad oggi, funzionanti. Il progetto, promulgato dalla Solar Chernobyl e iniziato nel 2013 è stato inaugurato nel 2018.
Il parco fotovoltaico, che sorge intorno al “sarcofago”, ricopre 16000 m2 e comprende 3800 pannelli. L’impianto è capace di generare energia per ben 2000 abitazioni.
A causa delle condizioni critiche del terreno, però, i pannelli non sono stati posti direttamente sul suolo, dati i pericoli che deriverebbero dagli scavi, ma sono stati appoggiati su lastre di cemento.
Il progetto non accenna a fermarsi. Altri 25 km2 sono stati resi disponibili dal governo ucraino per la realizzazione di idee simili e 60 sono i progetti che mirano ad aggiudicarseli. Due aziende cinesi hanno già cominciato a costruire una centrale fotovoltaica da 1 gigawatt.

La riconquista della natura

L’evacuazione resa necessaria per sfuggire alla radiazioni non ha impedito a flora e fauna di riconquistare il territorio. Questo ovviamente non significa che le radiazioni non hanno avuto impatto sui mondi animale e vegetale, ma che la diminuzione della caccia e del disboscamento hanno permesso ad animali e piante di ripopolare quelle zone ormai disabitate.
Sono 4200 i km interdetti tra Ucraina e Bielorussia dopo il disastro del 1986. I dati raccolti in quest’area hanno evidenziato un forte incremento della popolazione dei mammiferi nonostante l’esplosione nucleare. Ciò evidenzia che la presenza dell’uomo ha influito negativamente sulla fauna prima del 1986.
La densità di animali come alci, cinghiali e cervi è risultata simile o addirittura superiore rispetto a quella registrata in riserve naturali della Bielorussia. La popolazione dei lupi, ad esempio, risulta essere 7 volte maggiore se confrontata con le aree circostanti.
Tom Hilton, ricercatore dell’Institute of Environmental Radioactivity all’Università di Fukushima (Giappone) e coautore della ricerca, afferma che sicuramente gli animali della zona di Chernobyl hanno subito dei danni genetici. Le ripercussioni più gravi sono state registrate l’anno successivo al disastro mentre in quelli seguenti le pesanti radiazioni non sono riuscite a diminuire la popolazione degli animali, dimostrando che gli effetti registrati sulla fauna sono di gravità inferiore rispetto a quelli accusati dall’uomo.
E per gli altri animali? Studi evidenziano che alcune popolazioni di uccelli presentano un volume cerebrale più piccolo. Per avere un quadro più completo, sarebbe necessario effettuare ricerche anche su insetti e roditori.

Lo studio sul “lupo radioattivo”

Uno studio ha seguito un lupo proveniente dalla zona di Chernobyl per 400 km. E se avesse portato con sé le radiazioni e le relative mutazioni?
La popolazione dei lupi, come detto in precedenza, ha subito un incremento notevole da quando l’uomo è stato costretto ad abbandonare la zone pericolosamente radioattive. Quando la concentrazione di predatori in una zona diventa troppo elevata, i giovani esemplari si allontanano cercando prede in nuovi territori.
E se queste migrazioni favorissero la dispersione di radiazioni in zone non contaminate? Uno studio effettuato selle rondini ha evidenziato che non solo le mutazioni vengono passate alla prole, ma che le loro migrazioni hanno favorito il trasporto di radiazioni.
E’ però da escludere che un lupo colpito da una massiccia dose di radiazioni riesca a riprodursi e a compiere un simile viaggio.

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Chernobyl: un disastro da cui è possibile trarre vantaggio

Il disastro di Chernobyl è uno degli eventi che più ha segnato la storia moderna. Moltissime persone hanno perso la vita e molte sono tutt’oggi affetta da malformazioni genetiche. Il danno è stato enorme, ma questo ci può insegnare molto. Oltre che ricordarci che la manutenzione di queste centrali è la principale arma di prevenzione di terribili incidenti e che quindi produrre energia nucleare in sicurezza è possibile, questo territorio ci permette di effettuare studi davvero molto importanti. Come si diffondono le radiazioni dopo un incidente di tale portata? Quali sono le mutazioni sul corpo umano? Quanto tempo ci vorrà prima che sia possibile tornare a coltivare e ad abitare quelle zone? Quali sono gli effetti sugli animali e sulle piante? Hanno subito delle mutazioni? In caso di un altro incidente nucleare sarebbero dunque in grado di sopravvivere e prosperare? Solo altri interessanti studi e approfondimenti potranno aiutarci a capire il ruolo degli effetti radioattivi sull’uomo, sulle piante, sul terreno e sugli animali.

Classe 1997. Laureanda in lettere moderne e contemporanee all'Università di Torino. Articolista. Appassionata di musica, scrittura, cinema, pittura, letteratura e scienza. "Tutte le cose sono belle in sé, e più belle ancora diventano quando l'uomo le apprende. La conoscenza é vita con le ali" (Khalil Gibran).

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