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Blizzard contro Blitzchung: la libertà di parola negli eSport è in pericolo?

Nei giorni scorsi, Blizzard ha deciso di squalificare un atleta professionista di Hearthstone chiamato Blitzchung. Una notizia che aveva attirato l’attenzione per i “probabili” motivi che aveva spinto la società a prendere questa decisione. Come potete vedere nel video che segue, il vincitore del torneo aveva espresso la sua solidarietà verso le proteste che ancora proseguono ad Hong Kong.

https://www.youtube.com/watch?v=WkhHDzgTcnU

I due presentatori si nascondono, ciò suggerisce che probabilmente erano a conoscenza della natura del messaggio dell’atleta. La cosa curiosa e che, non appena ha espresso il suo concetto, la diretta è stata interrotta dalla pubblicità. Un po’ come succedeva e succede in televisione quando ci sono dei problemi di varia natura.

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In seguito, Blizzard rivelò di aver deciso di squalificare Blitzchung per un anno da qualsiasi torneo ufficiale di Hearthstone e di azzerare il premio in denaro che aveva vinto. Il motivo? Stando alle parole della società, con quella frase aveva violato una parte del regolamento. Una decisione che era parsa a molti, me compreso, semplicemente una scusa.

Anche perché, la regola violata dall’atleta, riguarda chiunque commetta degli atti che possano metterlo in cattiva luce, offendere il pubblico o un gruppo specifico, oppure ledere l’immagine di Blizzard. E, esprimendosi a favore delle proteste, non è ben chiaro come Blitzchung sia stato in grado di fare una di queste tre cose.

Insomma, con tutta la buona volontà, anche io trovo difficile concordare con Blizzard, per quanto ci abbia provato. Per questo ho compreso invece le critiche mosse alla società. Molte persone erano pronte a boicottare i prodotti della compagnia per mandare un messaggio chiaro sulla situazione. Forse per questo motivo c’è stato un passo indietro.

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Blizzard ha infatti deciso di diminuire la squalifica da un anno a sei mesi e permettere a Blitzchung di ottenere il premio in denaro. Nel messaggio ufficiale, è il presidente in persona a scusarsi di quanto accaduto. Aggiungendo che la decisione è stata presa di getto, senza pensarci troppo. Il che è vero, visto che il tutto era avvenuto poco dopo le dichiarazioni dell’atleta.

Ma di certo questa non è una scusa valida. In ogni caso, il presidente di Blizzard ha anche voluto fare una precisazione. Ovvero che la decisione presa non è stata influenzata dai collegamenti che la società ha con la Cina. Bisogna infatti sottolineare che Tencent, colosso cinese del mondo della tecnologia, ha alcune azioni proprio in Blizzard.

Motivo ulteriore che ha portato ad attirare l’attenzione sulla questione. Ma trovo difficile da credere anche a questa versione. Ed il motivo è semplice. Non solo il mondo degli eSport è diventato ormai una fonte di guadagno molto ghiotta, quindi è nell’interesse di Blizzard evitare problemi con qualsiasi territorio. Ma, nello specifico, il mercato Cinese è praticamente “vergine” se si parla di videogiochi.

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Fino a non molti anni fa infatti, in Cina i videogiochi erano considerati giochi d’azzardo. Per questo motivo esistevano al massimo delle versioni tarocche delle console. Anche adesso che la situazione è un po’ cambiata, comunque il governo continua a censurare e a modificare costantemente tutto ciò che riguarda il mondo del gaming.

Anche il controllo del governo è da prendere in considerazione. Quindi tra politica, un mercato che fa gola ed altri elementi, personalmente posso comprendere come mai Blizzard si sia voluta tutelare su questa situazione. Nonostante ciò, non condivido comunque ciò che è successo, per un semplice motivo. Blitzchung nel suo messaggio non ha usato un linguaggio offensivo.

Come potete sentire dal video, l’atleta si limita semplicemente a dire “liberate Hong Kong. Rivoluzione del nostro tempo”. Quindi non troviamo nessun turpiloquio e nemmeno un attacco al governo Cinese. Ma questa situazione ha attirato l’attenzione anche di altre compagnie che operano nel settore dei videogiochi.

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Il CEO di Epic Games, Tim Sweeney, è stato il primo ad esprimere il suo parere su Twitter. Ha infatti dichiarato che la società non ha problemi a far esprimere i suoi giocatori e dipendenti su argomenti politici e sui diritti umani. Una precisazione quasi dovuta, visto che Tencent ha una parte delle azioni anche di questa compagnia, che si aggira intorno al 40%.

Anche in questo caso, mi chiedo se sia vero. Più che altro, mi chiedo come sarebbero andate le cose se fosse stata Epic Games a dover gestire una situazione del genere. Si sarebbe davvero comportata come ha dichiarato il suo CEO? Purtroppo non possiamo saperlo e non posso che fidarmi delle parole di Sweeney.

La situazione sembra invece un po’ diversa per Riot Games. Altra società in cui Tencent ha delle azioni. A quanto pare, durante un torneo di League of Legends, gli organizzatori avrebbero vietato di dire “Hong Kong” ai partecipanti. Un’indiscrezione nata perché, durante la competizione, il nome di una squadra non veniva mai ribadito per intero.

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Stiamo parlando degli Hong Kong Attitude. Riot Games ha però precisato che si tratta solo di un malinteso. Dopotutto il nome della squadra appare in tutti i canali ufficiali dedicati all’evento. E, sinceramente, anche io sono dell’idea che si sia trattato solo di un qui pro quo dovuto alle recenti vicende di Blizzard.

Una situazione che però fa emergere delle criticità. Certo, Blizzard ha fatto un passo indietro ed altre società si sono dichiarate a favore della libertà di espressione. Ma, dopo questi eventi, nulla vieta che gli atleti, per “sicurezza”, decidano di auto censurarsi. E questo sarebbe un grosso problema.

Certo, la Cina ormai da anni ha “le mani in pasta” in diversi settori tecnologici occidentali, non è di certo una novità. Ma è la prima volta che questa influenza ha degli effetti sui diritti delle persone al di fuori del suo territorio.

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Nonostante ciò, dubito che la soluzione sia semplicemente evitare alla Cina di avere delle azioni nelle aziende occidentali. Il motivo è semplice, potrebbe non bastare a risolvere la cosa e, inoltre, un giorno questo divieto potrebbe toccare ad un’altra nazione, Italia inclusa.

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